MILANO, 16 NOVEMBRE 1998 - ORE 21.00
CIRCOLO FOTOGRAFICO MILANESE
GALLERIA VITTORIO EMANUELE
DIBATTITO
IL REPORTAGE E IL RACCONTO FOTOGRAFICO
MOSTRA DELLE OPERE PREMIATE NEI
FESTIVAL DI FERMO DEGLI ANNI '60 e '70
INTERVENTI
WANDA TUCCI CASELLI (Presidente del C. F. Milanese)
CLAUDIO MARCOZZI (Fotografo, F.C.C. Fermo)
MICHELE GHIGO (Presidente d' Onore F.I.A.F.)
GIANNI BERENGO GARDIN (Fotografo)
ENZO PASSARETTI (Medico, fotografo)
ALESSANDRO BREMBILLA (Fotografo)
ALFONSO MODONESI (Fotografo)
MARIO FINOCCHIARO (Fotografo)
TONI NICOLINI (Fotografo)
MARIO CATTANEO (Fotografo)
ERNESTO FANTOZZI (Fotografo, critico)
CESARE COLOMBO (Fotografo, critico)

Toni Nicolini, Mario Finocchiaro, Mario Cattaneo, Claudio Marcozzi, Wanda Tucci Caselli, Ferruccio Guida, Michele Ghigo, Gianni Berengo Gardin, Alessandro Brembilla, Alfonso Modonesi.
WANDA TUCCI CASELLI:
Diamo il benvenuto e ringraziamo Claudio Marcozzi per averci portato queste fotografie che sono state scattate negli anni '60 e '70, i cui autori avevano ritenuto che questo premio di Fermo riservato al reportage e al racconto fotografico fosse qualcosa di nuovo, di assolutamente diverso da quello che si vedeva allora, cioè l’estetica e la forma portate all’esasperazione e contenuti in realtà scarsi.
Quello che c'era dietro queste immagini, le reazioni che hanno provocato, le proteste probabilmente anche, sono cose che io purtroppo non ho vissuto e allora ho chiesto a Michele Ghigo di raccontare quello che io non so per allargare le nostre visioni riguardo ad un modo di raccontare, di parlare anche in termini poetici, che purtroppo adesso non c'è più.
Noi abbiamo provato gli anni passati a spronare i nostri soci a raccontare qualcosa con le immagini. All'esame finale in realtà trovavamo sempre qualche immagine di troppo in molti lavori: qui ogni immagine è perfettamente consequenziale, c'è una visione più armonica della fotografia, ogni immagine serve ad elaborare un concetto e a svilupparlo, ed ha una sua funzione precisa all’interno del racconto.
Quello che mi ha particolarmente colpito è la possibilità di essere spiritosi, come Enzo Agnelli (Ti ho sepolta per allegria) e poetici, come il signor Nicolini (Storia di un vento e di una bambina) e Alario (Gisella e Valentina), che avevano fatto due racconti quasi fiabe, cose che poi non si sono assolutamente più realizzate, mai più viste.
Qual'era la fantasia di allora, che sogni c'erano, che possibilità aveva l'uomo di esprimersi, di pensare che le proprie poesie potessero avere attuazione? Adesso forse siamo tutti un pochino privi di illusioni.
Autori come il signor Cattaneo avevano avuto un'approvazione incontrastata allora, e tuttora mi sembra che molti giovani guardino il suo lavoro con molta ammirazione, come il lavoro del signor Brembilla o del signor Modonesi. I1 passato forse affascina sempre, qualcuno ci ha detto "hai scelto una strada facile", io non credo, questi erano, e sono, autori speciali. Abbiamo la fortuna di averli qui stasera e di ragionare su queste opere.
Vorrei che mi dicesse qualcosa di più Claudio Marcozzi sul come questo circolo di Fermo usa queste immagini, che sono state donate dagli autori nel momento della loro affermazione in questi concorsi, e le ha talmente tanto ben conservate, protette e fatte girare che nelle Marche sono molto note, e ogni tanto se le rivedono, ogni volta con maggior pubblico. Claudio, ci racconti qualcosa di come avete cominciato a fare questo lavoro.......
CLAUDIO MARCOZZI:
Buonasera:...... un lavoro che consiste nel far vivere queste fotografie, nel non tenerle chiuse in un archivio. Sono state utilizzate nelle scuole per insegnare il racconto per immagini: c'erano dei soci, molto illuminati per quel periodo, che insegnavano nelle scuole medie, e portavano queste immagini nelle loro classi per insegnare come si può raccontare qualcosa usando una macchina fotografica.
All'interno del circolo la realtà era molto più aspra, c'erano battaglie accanite su come si metteva giù una sequenza, cosa che ancora oggi molti picture editor non sono in grado di fare, diciamolo pure; e magari quelli un pò alle prime armi ci rimanevano molto male perché alcune belle foto venivano sacrificate a vantaggio della sequenza, cioè della resa immediata del racconto. L'importante non è la fotografia singola, l'importante è avere una storia da raccontare prima ancora di tirar fuori la macchina fotografica: una volta che uno ha una storia in testa allora si può cominciare ....a scrivere.
La settimana scorsa ho fatto una conferenza per l'Università di Siena al Dipartimento di Arezzo di Scienze dei Linguaggi dove, per commentare un mio lavoro, non hanno mai usato la parola fotografie, ma il termine "testo". Nonostante l'ambiente da cui provengo sono rimasto molto colpito da questo.
Nella fotografia salonistica degli anni ‘60 imperversava la bella immagine e molto spesso l'immagine era bella perché era bello il soggetto; costringere la gente a lavorare su un'idea, ad elaborare un progetto non sempre era facile perché questo comporta un certo impegno. Ancora oggi se facciamo spogliare una modella siamo sommersi di macchine fotografiche mentre se chiediamo a qualcuno di pensare ci ritroviamo veramente in pochi.
Fondamentale è stato quindi anche l'utilizzo di queste fotografie, farle vivere nelle scuole, nelle mostre e nelle lezioni dei nostri corsi di fotografia. Sono sempre state utilizzate per cercare di svegliare la gente, per cercare di far capire che la macchina fotografica è semplicemente un mezzo così come pure gli occhi non sono altro che un mezzo attraverso cui passano le immagini per arrivare al cervello. Una certa responsabilità spetta certo ai produttori e venditori di attrezzature fotografiche che attribuiscono il successo solo all'uso di certi mezzi, trascurando la sostanza vera del fare fotografia. In effetti ancora oggi nei circoli fotografici è predominante una grossa percentuale di masturbazione visiva a danno di un certo impegno. Non è detto poi che per fare fotografie come queste si debbano fare chilometri e chilometri, si possono fare anche rimanendo dentro casa, l'importante è sapere cosa vale la pena di raccontare, e le immagini di Mario Finocchiaro sono un esempio molto importante per questo.
WANDA TUCCI CASELLI:
...Ecco, ma siccome anche tu non hai vissuto quei momenti, sentiamo un attimo Michele Ghigo che ci racconta come queste foto sono state accolte da un mondo che ragionava in maniera totalmente diversa .
MICHELE GHIGO:
Buonasera a tutti, io non ho potuto dire di no all' invito di Wanda Tucci Caselli quando mi ha detto "guarda, quando è venuto fuori questo fenomeno di Fermo del racconto fotografico tu c’eri già, io ero ancora bambina e non mi occupavo ancora di fotografia. Io c' ero già ed ero in mezzo a questi signori che si occupavano di una fotografia un pò diversa di quella corrente. Io penso che bisogna considerare un momento cos' era il fenomeno fotoamatoriale italiano all' uscita della guerra. All' uscita dalla guerra la maggior parte di noi aveva ereditato gusto e interessi dei fotografi di prima della guerra, che erano perlopiù dei pittorialisti, si dedicavano alla bella fotografia, ad una fotografia con tutte le regole a posto di ortografia e di sintassi fotografica, immagini stampate bene, inquadrate bene, esposte in maniera giusta, presentate in maniera decorosa . C' erano certe regole per i concorsi, il numero fisso di fotografie (quattro) in un certo formato che non doveva superare i 40 cm del lato maggiore perché le poste non accettavano cose più grandi . . . e così via . Si direbbe quasi che il fotoamatore italiano non si sia accorto della tragedia della guerra e di tutto quello che aveva lasciato. Questa io penso che sia soltanto un' apparenza perché in realtà molti dei nostri il fenomeno guerra, oltre che viverlo sulla loro pelle, 1'hanno sentito anche fotograficamente, qualcheduno 1'ha anche documentato.
Certo erano sparute minoranze quelle che cercavano di fare qualche cosa di diverso . C'è stato il fenomeno del cinema, il neorealismo cinematografico che certamente ha influito anche sul mondo dei fotoamatori, il cinema è figlio della fotografia e quindi tutti, direi quasi inconsciamente prendevamo anche dal cinema, vuoi i soggetti trattati, vuoi il modo di affrontarli. Il nostro era un mondo tranquillo che aveva riscoperto il concorso fotografico e si era dato certe regole, era nata la Federazione nel dicembre del '48 e si viveva tranquilli e beati gloriandosi nell'assegnarsi delle medaglie, delle coppe, e soprattutto nel far vedere le proprie fotografie perché non c' era altro mezzo di farle vedere se non nel concorso fotografico. C'era qualcuno che era più bravo e aveva il coraggio di mandarle a quelle non molte riviste di fotografia che allora c'erano. (I1 Progresso Fotografico, Ferrania, Fotografia, forse non usciva più il Corriere Fotografico), e veniva pubblicato, ma per gli altri c'era soltanto il concorso fotografico, con le sue regole e con certi suoi modi.
Ad un certo punto nei nostri circoli, nei nostri congressi, appare questo fenomeno di Fermo. Alcuni amici del Fotocineclub di Fermo, in particolare il suo presidente dottor Goffredo Petruzzi e il suo segretario Vittorio Gioventù, frequentando un personaggio molto importante come Luigi Crocenzi, fermano anche lui, un pilastro della cultura fotografica italiana del dopoguerra, si erano convinti che uno con la macchina fotografica non doveva soltanto accontentarsi di raccogliere qualche bella immagine, qualche bel ricordo, ma fare qualche cosa di più concreto, di comunicare con la macchina fotografica delle cose, delle idee.
Ora queste cose da raccontare il più delle volte non ci stavano nelle quattro fotografie che noi chiedevamo per la partecipazione ai nostri concorsi e quindi si aveva bisogno di più spazio perché il racconto del fotografo potesse svilupparsi in maniera più ampia. E lì, per una stupidaggine, permettetemi il termine, di questo tipo, ancora un pò saltava per aria la Federazione, perché questi volevano che si creasse spazio per loro e il presidente di allora, il buon dottor Renato Fioravanti che era un marcantonio di uomo così, con certe idee un tantino conservatrici, era contrario a questo genere di cose, a questi sovvertimenti. Quelli volevano proporre fotografie in sequenza ("questi qui sono fumetti" diceva lui), non accettava cose di questo tipo, e siamo arrivati ad un punto quasi di rivoluzione interna. Noi un pò più giovani e, presuntuosamente magari, un tantino più aperti, abbiamo detto "qui bisogna cambiare il cavallo" e si è cambiato il cavallo portando il dottor Martinengo alla presidenza e mettendo a riposo Fioravanti che è stato fatto quello che sono io adesso, presidente d'onore. Io ho avuto la fortuna di venirne via prima e non magari spinto. Martinengo invece, uomo estremamente aperto ha accettato, ha detto "vediamo un pò di accontentare questa gente, era la cosa più semplice di questo mondo e si è creata anche nei concorsi fotografici una sezione particolare dove non ci fosse più vincolo di formato, di numero di fotografie ecc., quindi aperta a racconti, sequenze, reportage e anche questi nostri fotografi hanno avuto il loro spazio ufficiale in concorsi patrocinati, valevoli per la nostra statistica, quindi anche per l'assegnazione delle onorificenze, titoli di merito che sono magari solo dei contentini, ma sono serviti spesso a far produrre di più tanta gente e ad avere più risultati.
Quindi ci siamo aperti a questo tipo di fotografia, e ci siamo accorti che nelle nostre file c'erano fior di fotografi attenti, sensibili, che avevano tanta voglia di fare. Adesso io li vedo qui davanti a me, ma io me li ricordo i discorsi di Cesare Colombo, anche a questi congressi, del Fantozzi, di Finocchiaro, per citare i milanesi, vivaci, accaniti, che credevano in questo genere di fotografia e cercavano di propagandarlo. E ce n'erano degli altri, tipo Berengo, l'amico Brembilla che producevano molto e affrontavano gli argomenti più disparati. E vero, noi abbiamo avuto in quel periodo anche l'influenza della fotografia americana, certi esempi come la famosa mostra della "Famiglia dell'uomo" tanto per citarne una che ha girato tutta 1' Italia e che ha insegnato a tutti noi come si poteva fotografare in maniera più intelligente; sono arrivate interviste, libri di fotografia, giornali: lo ricordo "Le ore", ne parlavo 1'altra sera con mia figlia che al nome "Le ore" pensava ad una rivista pornografica, mentre, quando io ero ragazzo, era uscita una rivista che si chiamava "Le ore" ed era una rivista di fotografie, erano tutte fotografie di reportage, più o meno importanti, ma comunque dove la fotografia era protagonista e c'erano soltanto delle didascalie.
Poi è uscita "Epoca", sono usciti molti settimanali o mensili dove la fotografia diventava sempre più importante; quelli più colti, più dotti di me, citano naturalmente il Mondo di Pannunzio e tutte queste belle cose, però volevo dire che c' è stata 1'influenza anche di molte riviste e i nostri fotografi hanno imparato a guardare in maniera diversa il mondo che li circondava, e quindi ad affrontare tanti e tanti problemi. Poi ci sono state naturalmente, come in tutte le cose nel nostro mondo, le diverse correnti: chi si sentiva maggiormente impegnato o addirittura politicizzato faceva un certo tipo di fotografia, fotografia di denuncia, e qui abbiamo esempi bellissimi, Berengo tanto per citare certamente il più noto, chi invece si dedicava ad argomenti di tipo più casalingo, ho qui davanti l' amico Finocchiaro che ha fotografato una ragazzina che ritengo sua figlia perché gli rassomiglia un tantino, sbaglio?
FINOCCHIARO: beh, non c'è solo quello...
GHIGO: Io parlo di quello che vedo qui, adesso non sto a parlare del vostro lavoro sulla ricerca di Milano del '66, tutte queste belle cose. . . no, dico, a proposito di argomenti come si diceva prima, fuori dall' uscio di casa, in questo caso dentro casa, si possono fare cose interessanti e anche vedere come una bambinetta cresce, diventa ragazzina e comincia ad avere quegli atteggiamenti da donna, quei momenti particolari che è bene ed è bello siano ricordati e non soltanto magari delle belle bambine messe in posa in maniera più o meno elegante.Io penso che sarà l'occasione stasera di interpellare i singoli autori e di chiedere loro quali sono state le motivazioni profonde che li hanno portati a fare questo tipo di fotografie.
Vorrei ritornare sul fatto di Fermo per dire che Fermo ha sostenuto soprattutto non tanto la fotografia di documento, che era pur sempre, ma il racconto fotografico, e tante volte ci sono stati degli equivoci su cos'era racconto, cos'era reportage ed erano tante belle occasioni per discutere.
Parlando prima con Modonesi dicevo "questo fenomeno è durato poco" e forse è vero. Perchè è durato poco ce lo chiederemo poi tutti assieme. Può darsi che non erano tanti quelli che erano proprio convinti o che erano bravi o avevano magari il successo; i più bravi sono usciti, hanno abbandonato un pò le nostre file e hanno trovato proprio la fortuna di fare questo lavoro da fotografi presso case editrici, presso giornali, riviste e così via, qualcun' altro ha continuato la propria attività lavorativa ed è rimasto a casa.
Era un lavoro anche impegnativo, difficile, è più semplice fare qualche fotografia soltanto quando ci viene l'estro. Devo dire però che la FIAF da allora è sempre stata molto aperta a questo genere di fotografia. Nel nostro mondo se uno vuole dire qualche cosa, la possibilità di farlo c'è e questa mi sembra una cosa importante.
GIANNI BERENGO GARDIN:
Buonasera. Io non rinnego mai i miei anni di fotoamatore perché devo dire che le basi le ho imparate proprio come fotoamatore al circolo fotografico "La Gondola" e credo che parte del successo che ho avuto come professionista sia proprio dovuto al fatto di aver imparato l'alfabeto alla Gondola e quindi sono ancora oggi riconoscente a quel gruppo di fotoamatori che erano rappresentati soprattutto, bisogna dirlo, da Paolo Monti. E una cosa che notavo qui stasera ... i neri ... forse oggi non si stamperebbe con questi neri ... ma erano i neri di Paolo Monti e i neri di Ugo Mulas. Eravamo abituati a vedere i toni alti di Cavalli e forse questa era una forma di reazione.
Poi c'era Crocenzi che era una persona straordinaria, che io ho conosciuto solo in modo superficiale, ma che probabilmente Nicolini che gli era molto amico poi ci descriverà meglio, e penso che la cosa importante di Crocenzi era anche questa sua amicizia con Vittorini, e il vero mondo della cultura, che di riflesso Crocenzi ha portato a noi. Le foto che illustrarono "Conversazione in Sicilia" furono, almeno per quello che ricordo, proprio l’inizio del racconto, come lo si scopriva allora. Io probabilmente ero già un pò portato al racconto , queste sono foto del '68 (Morire di classe), erano già tre o quattro anni che ero professionista, quindi era già un lavoro professionale commissionato da Franco Basaglia, un' indagine sui manicomi italiani fatta insieme a Carla Cerati, ed è stato un lavoro molto importante di denuncia, non abbiamo fatto queste foto per nostro divertimento come qualche volta ci viene rinfacciato, ma proprio di denuncia perché non si sapeva, mai una macchina fotografica era entrata in un manicomio. Forse qualche mese prima di noi Luciano D'Alessandro aveva fatto a Napoli un' indagine simile sui manicomi. Non si sapeva niente di che razza di lager fossero i manicomi italiani, le torture che subivano i malati, i mezzi malati, i non malati che andavano a finire in manicomio per motivi d’interesse o perché i servizi segreti italiani volevano far sparire qualcuno. E ne abbiamo fatti più di uno di manicomi.
Questo lavoro ci era stato commissionato da Franco Basaglia proprio nel periodo in cui il parlamento doveva approvare la famosa legge 180 sull' apertura dei manicomi, oggi molto criticata, probabilmente giustamente criticata per due motivi: prima di tutto questo per Basaglia doveva essere l' inizio, poi la legge doveva essere migliorata, lui invece dopo pochi anni è morto e tutto è rimasto lì; e poi anche perché la legge 180 è stata applicata poco e male. Ad ogni modo dirò, adesso non perché le ho fatte io, che tutta una serie di foto di denuncia tipo queste ed altre di molti colleghi sono state utilissime per migliorare la situazione ed aiutare i malati di mente. Infatti quando noi fotografavamo, con la Cerati, nei manicomi dove i malati subivano già un' infinità di violenze, facevamo prima delle assemblee con i malati, spiegavamo qual' era il nostro scopo, perché volevamo fotografare non il malato ma la situazione manicomiale italiana, e al 90% i cosiddetti matti, che poi tanto matti non erano, erano d'accordo. Logicamente chi non voleva essere fotografato non veniva fotografato. Erano sempre tutti consenzienti quelli che abbiamo fotografato.
WANDA TUCCI CASELLI: Immagino quale reazione possono aver provocato queste foto se non ci fossero state queste parole a spiegarle.
GIANNI BERENGO GARDIN:
Allora è stato molto importante... C'è stato proprio due mesi fa, mi sembra a Trieste, un grande convegno sulla psichiatria e i manicomi e c' è stato chiesto da più parti a me e alla Cerati di ripubblicare le foto, perché "Morire di classe" che era il titolo del libro di Einaudi è completamente esaurito, proprio in occasione di questo convegno internazionale per far vedere ai giovani che non conoscevano questa realta cosa erano quegli anni. E infatti proprio 10 o 15 giorni fà tutte le fotografie di "Morire di classe" sono uscite in un libro edito dal Gruppo Abele col titolo "Per non dimenticare" ed è un libro che vendono ad un prezzo politico per favorire una larga diffusione .
GHIGO:
Se permettete faccio un piccolo intervento sulle fotografie di denuncia che nel caso di Berengo, come giustamente detto, sono state fatte su commissione perché c’era un fenomeno di grave importanza che andava portato a conoscenza della gente, soprattutto dei politici perché si prendessero dei provvedimenti. I1 grave è che poi nel mondo dei fotoamatori si orecchia che cosa fanno i professionisti, che cosa fanno i grandi fotografi e si cerca di applicare a questo mondo certe regole, certi interessi, questi temi che altri trattano e che non sempre vanno bene per le nostre dimensioni. Eppure c'era allora nella nostra schiera chi pretendeva che pure noi facessimo soltanto fotografie di denuncia. A1 che molti di noi si sono detti "si ci va bene fare della fotografia di documento, della fotografia legata alla realtà e non soltanto fotografie di fantasia, fotografie belle e basta, , ma si può fare accanto a della fotografia di denuncia anche della fotografia di proposta, perché nel nostro mondo non tutto è da buttare, non tutto è da denunciare, non tutto è da distruggere ma ci sono anche alcune cose buone che si possono portare ad esempio, che si possono proporre all’attenzione generale. E lì ci siamo accorti che per molti di noi era più facile fare delle fotografie di denuncia, fotografare le cose brutte perché purtroppo in Italia ce ne sono state sempre tante, che non fare delle cose belle, delle cose da proporre. Ecco, questo tanto per arricchire un momento la chiacchierata...
BERENGO:
Certo, anch' io non facevo solo la denuncia, facevo anche altre cose, altri tipi di racconti, sulla gioventù, facevo anche io i paesaggi, queste sono quelle che sono state a Fermo, ma a Fermo l 'anno prima ho mandato il mio reportage su Venezia che non era di denuncia, era una Venezia se volete, non la Venezia di Roiter, una Venezia, non so, meno lirica, meno poetica, una Venezia di tutti i giorni.
ENZO PASSARETTI:
Premesso che io ritengo Gianni Berengo Gardin uno dei migliori fotografi italiani sia del passato che contemporanei, questo con tutta la stima e con tutta l ' ammirazione, caro Berengo, per le tue fotografie che io ho sempre valutato enormemente; quello che volevo invece dire...io ho qualche perplessità su quella opera che tu hai presentato, come su quella di Giacomelli. Cioè, praticamente, io, e parlo anche da medico, però fammi finire .... il fotografare e mettere all'evidenza di tutti, soprattutto nel campo dilettantistico italiano, la miseria, la malattia, la morte, il dolore, per me è un insulto alla dignità umana, e alla dignità di quei poveri pazienti che perlopiù ignoranti di quello che stava succedendo e di quello che il fotografo fa e perché lo fa, poveracci non possono fare altro che adagiarsi in questa immotività, in questa loro visione delle cose. Adesso tu mi dicevi giustamente, è una denuncia, giustissimo, è bene denunciare, ma denunciare in determinati ambienti, quindi ambienti parlamentari, ambienti politici, ambienti sociali, non buttare queste fotografie alla portata di tutti i fotografi dilettanti, anche perché poi si arriva, molto giustamente ha detto il nostro Ghigo, ad una degenerazione, per cui tutti quanti, visto il grande successo che certe foto hanno avuto, si buttano sugli stessi argomenti, e allora si va allo scempio di questi ammalati.
Quindi io ho una grandissima perplessità per quelle foto come per quelle di Giacomelli, altro grandissimo autore italiano, come voi tutti. Fermo è stato un pò il punto cruciale, una delle cose più belle della fotografia italiana, ma altri fotografi, prendiamo Mario Cattaneo che ritengo anche lui un grande della fotografia italiana, uno dei migliori, ha fotografato si anche la miseria, la povertà, ma ci ha messo sempre un pò di dolcezza, di commiserazione umana che invece in altre foto non vedo. Quindi caro Berengo tu non devi pensare .. perché io ti ammiro … e anche fotograficamente, sono effettivamente delle fotografie stupende, ma è la mentalità, il problema del perché fare questo, denuncia va bene, ma denuncia ai determinati ambienti, non a tutti.
Con questo però ti rinnovo la mia stima, tu sai, io sono più vecchio di te, e tu sei sempre stato un faro, come tanti di voi, nella fotografia italiana, anche perché ti ho ammirato, te, Pepi Merisio, Modonesi, Brembilla, il nostro Finocchiaro favoloso anche lui, quindi questa non deve essere una critica ne' al fotografo ne' alla fotografia, semmai al1a realtà fotografata, solo questo. Però è una mia opinione personale e prendila un pò come opinione di uno ormai vecchio che ragiona in una maniera totalmente diversa.
BERENGO:
Sono vecchio anch' io, ma ragiono in un altro modo. Dovrei aggiungere due cose visto che sono stato tirato in ballo... Io la ringrazio molto per i complimenti che mi ha fatto, però dovrei sottolineare due cose: lei ha detto che quelle sono belle fotografie, le mie non volevano essere delle belle fotografie ma delle fotografie forti, delle fotografie buone e forti per ottenere un certo scopo . Lei ha parlato di dignità, secondo me i medici, non tutti i medici, i medici di quegli ospedali la dignità erano loro a non averla perché trattavano i malati come bestie, e c' è da vergognarsene come cittadini e come uomini . Non solo, lei ha detto che certe cose vanno bene in certi ambienti e in certi no, farle vedere o meno, forse lei le persone le divide in due categorie, alcuni sono deficienti, non capiscono, non gli si fanno vedere certe le cose...
PASSARETTI: no no deficienti, per carità, però esiste una sensibilità in certe persone che può essere ferita, non perché sono deficienti . . .
BERENGO: non parliamo di gente che capisce e gente che non capisce. C 'è si gente che non vuole capire, ma normalmente la gente capisce, mi creda .
MARCOZZI:
Sicuramente quelle foto le ha fatte anche per loro, per le persone che vediamo in quelle immagini, e sono d’accordo anche sul fatto che certe immagini devono essere sbattute in faccia al la gente, perché la gente altrimenti non le vede, certe cose non vuole vederle. Per quanto riguarda invece le immagini dell’ospizio di Giacomelli, mi hanno raccontato che quando furono esposte a Fermo per la prima volta successe un finimondo perché addirittura c'era chi voleva denunciare gli organizzatori della mostra, chiamare i carabinieri al Palazzo dei Priori perché certe foto non dovevano essere esposte, poi magari in un secondo momento hanno pensato che certe foto non dovevano neanche essere scattate.
TUCCI CASELLI: Signor Brembilla, ci racconti di lei, quanta strada ha fatto...
ALESSANDRO BREMBILLA:
Io sono stato fortunato di trovarmi per un certo periodo nell'Associazione Fotografica Bergamasca, dove c'era un grande fermento, e abbiamo avuto anche la fortuna di avere chi ci ha iniziato. Parlo dell'avvocato Finazzi, che pur essendo stato uno dei fondatori della Bussola e firmatario del manifesto di Cavalli che diceva che la fotografia doveva essere arte, ad un certo punto se ne è staccato, è uscito dal gruppetto del Cavalli e si è messo a fotografare anche la vita; è entrato nel nostro gruppo dal quale si era ritirato per contrasti col presidente che c'era allora, e ci ha dato un pò la sveglia. C'eravamo io, Della Vite, Merisio, Leidi e altri che nel '61, nell'anno in cui partiva la prima mostra del Racconto a Fermo, abbiamo fatto a Bergamo la mostra sul ritratto: era una innovazione anche quella, che poi è stata ripresa a Ponte San Pietro dalla Lever l'anno dopo, e abbiamo fatto la mostra sulla figura umana. Nel '63 è stata fatta a Bergamo, sempre con Ponte San Pietro e l'Associazione Fotografica Bergamasca; nel '64 a Dalmine è successo un pò un patatrac, non hanno trovato una fotografia degna di essere esposta e lì è caduto tutto. Ma non ci siamo dati per vinti e nel '68 abbiamo fatto "L'Europa" e addirittura abbiamo avuto...Bruno che addirittura aveva 40 fotografie...c'erano tutti i grandi della fotografia; l'abbiamo fatta biennale, l'abbiamo ripetuta nel '70 e poi purtroppo non abbiamo più avuto quegli stimoli che erano necessari, dal Comune e dalla Provincia, e piano piano l'abbiamo persa.
Nel frattempo, logicamente, abbiamo partecipato a Fermo dove avevamo trovato l'ambiente ideale per competere e per mettere alla prova la nostra produzione. Dico subito che quei tre lavori, di Modonesi, il mio e di Merisio, in quell'anno sono stati tutti premiati; c'era un dibattito forte a quei tempi, noi non si litigava, ascoltavamo i consigli, anche del Merisio, si parlava, e la scelta poi fruttava, e la critica fatta così, in comune, era ciò che oggi nei circoli non si vede più perché se fai un'osservazione ad uno di modificare qualcosa questo ti dice " ma no, non capisci niente", purtroppo succede così. Poi per ragioni di famiglia e di lavoro ho dovuto abbandonare e sono rientrato dopo tanti anni, ho insegnato fotografia e grafica a Bergamo... E’ tutto lì quello che ho fatto. I1 libro di Boario avrebbero dovuto farlo nel '66 invece l'hanno fatto nel '94, quando per fortuna si sono ricordati che c'erano le foto…
TUCCI CASELLI: E lei signor Modonesi…
ALFONSO MODONESI:
A me Fermo ha portato molto bene. Io vengo, come Sandro, come Pepi, dal Circolo Fotografico Bergamasco, per cui ho iniziato a fare fotografie con loro, non mi ha citato prima perché ero il più giovane, non contavo assolutamente nulla, ed era giusto che non contassi nulla. Eravamo nel ’59 - ’60, e io andavo ancora a scuola. Ho iniziato a fare un pò di viaggi, spesse volte con Pepi Merisio che mi portava un pò come assistente un pò come amico, e in quel periodo ho fatto un pò di apprendistato. Fermo dicevo mi ha portato bene perché dopo aver vinto il premio nel 1965 sono stato convocato dall'allora direttore Giglio all'Europeo e sono stato preso come libero professionista, che era una cosa eccezionale, tenendo conto che io facevo l'insegnante di chimica industriale e quindi non erano mestieri proprio compatibili, nel senso che erano due cose fondamentalmente diverse dal punto di vista mentale. Ho iniziato a fotografare e sono diventato direi quasi subito, a 24 anni, professionista, per cui mi sono buttato a fare queste cose, lavoravo per l'Europeo, lavoravo per le Vie d'Italia, per il Touring Club Italiano, lavoravo per Black Star America, per i paesi dell'est, facevo veramente un pò di tutto. Questo mi è successo per un certo numero di anni, tant'è vero che mia moglie un certo giorno della mia vita m'ha detto che desiderava che i miei figli non mi chiamassero zio per cui forse era meglio che tornassi a casa. Da un Natale all'altro ero stato a casa due giorni.
Quindi la fotografia per me è stata la vita: ho fatto fotografie di guerra in Israele, Praga nel 1968, le rivoluzioni in Sudafrica, ho fatto tutto per tutti. I1 massimo del mio piacere era quello di fotografare e questo, ed è l'assoluta verità, è merito del premio Fermo, perché se non avessi vinto Fermo quell' anno, non sarei andato veramente da nessuna parte.
Io che mi occupo tuttora di fotografia, mi sono reso conto che le amicizie importanti e le persone che ho conosciuto negli anni mi hanno dato ancora più carica, mi riferisco soprattutto a Luigi Crocenzi di cui sono stato amico per moltissimo tempo. Negli ultimi anni della sua vita andavo spessissimo con mia moglie a trovarlo ed è stato forse una delle persone più importanti che ho incontrato, era culturalmente mostruosamente preparato, dal punto di vista pratico direi che lo era molto meno, tant’è vero che alla fine si era ridotto a vivere abbastanza isolato perché tutti gli amici o quelli che lui considerava ancora amici lo avevano abbandonato per questa sua utopia della fotografia e del racconto fotografico.
Io penso che questo tipo di fotografia sia esaurito, almeno dal punto di vista del giornale. Abbiamo conosciuto i fotoreporter di Epoca, De Biasi in testa, Moroldo dell'Europeo, e ci siamo resi conto che quando questi giornali hanno chiuso questi signori non hanno più avuto la possibilità di esprimersi . Qui ci sono dei casi importanti ed eclatanti, uno è Berengo ,che ha fatto 180 libri, ha prodotto tanto e ha prodotto da freelance, ed ha avuto la grandissima capacità di riuscire a rappresentare la vita degli altri. Non è che voglia prendere le difese sue perché non ne ha assolutamente bisogno, ma penso che questi lavori ed altri suoi , "la Stazione di Milano", "dentro il lavoro", sono così importanti perché la gente ha bisogno di vedere qual'è la realtà in cui vive. Sarebbe come se noi ad un certo punto decidessimo, per un motivo stranissimo, di non vedere immagini forti della droga perché ci fanno impressione, è una roba che non sta ne' in cielo ne' in terra . Se 1' immagine è corretta, anche violenta ma corretta , è giusto che 1' immagine sia stata fatta. Mi ricordo per esempio delle cose tremende fatte da Moroldo su quel massacro nel Ghana con una qualità fotografica eccezionale e credo che ci siamo resi conto tutti che era molto importante che quelle foto fossero fatte in quel momento perché ci rendessimo conto tutti di cosa stava succedendo. Io vi ringrazio infinitamente di avermi invitato, mi avete fatto ricordare delle cose che avevo ormai dimenticato da tempo, grazie .
TUCCI CASELLI: Ringraziamo lei, ci dica però . . . lei ha detto che si è applicato a vari argomenti, ma quello che più...
MODONESI: Si, ho fatto di tutto signora, ho fatto anche la moda per Vogue…
BERENGO: Certo nella professione bisogna adattarsi, poi un pò alla volta magari si riesce a incanalare il lavoro, ma ci vogliono anni e anni....
MODONESI:
Io ho finito un libro qualche mese fa, un libro su un argomento abbastanza banale come le città lombarde, e ho fatto un pò di architettura e un pò di reportage, voglio dire che queste fotografie che ho fatto, che reputo anche abbastanza simpatiche, belle, o come dice mia moglie, purtroppo ‘mature’, derivano dal fatto che io abbia fotografato tanto e abbia visto cose diverse, l’occhio secondo me si esercita vedendo sempre di più o sforzandosi di vedere di più. E' la mia professione, non credo di aver mai rifiutato nulla, neanche di fare una fotografia per il bollettino parrocchiale, magari regalandola.
TUCCI CASELLI: Ogni occasione può essere valida per un approfondimento. MODONESI: Certamente.UCCI
TUCCI CASELLI: Signor Finocchiaro...
MARIO FINOCCHIARO:
(Mostra al pubblico il libro "Reportage e racconto fotografico" edito dal Fotocineclub di Fermo come compendio degli anni del festival e una pubblicazione di Nazareno Taddei). Io personalmentevoglio ringraziare Fermo per una cosa, per il coraggio avuto, in quegli anni, di imbarcarsi in un ' avventura del genere . Anzi, prima i fotografi che hanno cominciato a fare i racconti fotografici, e poi Fermo, che è stata la prima mostra che ci ha permesso di esporre delle fotografie come volevamo, anziché attenerci a delle regole standard che si erano prolungate per troppi anni. Prima con la scusa degli anni in cui non ci si poteva esprimere come si voleva, poi dopo la guerra la libertà c' era ma nessuno osava fare un certo tipo di immagini.
A questo punto dobbiamo tutti ringraziare "La famiglia dell' uomo" quello che dice il presidente della nostra federazione è vero, "La famiglia dell' uomo" ci ha dato moltissimo, anche se qualcuno di noi aveva già qualcosa dentro: io a 12 anni volevo fare i racconti, non fotografici, ma per iscritto, ma non avevo voglia di studiare, come si può scrivere senza avere voglia di studiare, però ho scritto pure, per conto mio, per me stesso, forse ho ancora qualcosa conservato, per ricordo, per cui il racconto per me, nella mia natura era nato con la mia nascita: la fotografia mi ha permesso di esprimermi come volevo, come magari non avrei potuto fare per iscritto, anche se ho osato devo dire, parecchio anche, in modo personale, nessuno sa niente, neanche mia figlia. Quindi "La famiglia dell' uomo'' ci ha aiutato a conoscere e capire veramente le immagini fotografiche, perché in Italia eravamo un pò poveretti, eravamo proprio all' asilo, tanto per dirla bene: inutile voler fare delle cosine così, simpatiche, belline, carine, graziose, c'erano delle cose aldilà che erano più umane, più nostre veramente e non solo un abbellimento per l’occhio ma qualcosa che andava aldilà dell'occhio, entrava nel nostro spirito, nella nostra anima, nella nostra conoscenza. Così come oggi quando vedo dei documentari sulla vita degli animali penso a quanto eravamo ignoranti, non capivamo gli animali, oggi questi documenti ci hanno permesso di amare gli animali dieci volte di più, con più consapevolezza.
Ringrazio ancora Fermo che ci ha permesso di fare questa esposizione stasera ricordandoci che, ahimé, eravamo molto più giovani, e questo non possiamo recuperarlo, ma ricordandoci anche che queste mostre di Fermo hanno allargato la mentalità dei fotografi italiani, di quelli che facevano solo un certo tipo di immagini e dopo sono stati in grado di allargare i propri orizzonti. Grazie.
TUCCI CASELLI:
Signor Nicolini, lei si è occupato di paesaggio, di architettura, dell'industria, ha lavorato in tantissimi campi; io ho visto questo suo racconto (Storia di un vento e di una bambina) e sono rimasta affascinata da tanta poesia. Nel libro che adesso il signor Finocchiaro ha mostrato, il professor Quinzi parlava del suo racconto trattandolo come speciale e dicendo "non so quanti anni avesse 1' autore quando ha fatto questo racconto, penso che magari adesso (erano passati 5 anni ) si sia magari vergognato di averlo fatto, ma 1' abbia caro nel cuore ". Per quel poco che la conosco io penso che quel tipo si poesia che lei ha espresso in quel racconto, lei 1' abbia avuto dentro sempre e non si sia mai vergognato di aver dimostrato di essere sensibile, mi dica di lei.
TONI NICOLINI:
Io devo fare una confessione a questa sua domanda che va abbastanza nel profondo. Probabilmente questa è una sensibilità che forse ho, anche se uno cerca di metterla anche in altre occasioni, di stemperarla in situazioni più professionali. Indubbiamente questo è un racconto che mi guardo bene dallo sconfessare, anche se in realtà è stata quasi una sfida rappresentare l’invisibile, perché il vento è quantomeno una realtà fisica poco visibile no?, l'aria che si muove, il vento, e poi quello era un momento anche abbastanza romantico della mia esistenza: avevo uno studio in via Rossini, una vecchia mansarda, si vivevano degli anni abbastanza creativi, rilassati, lasciavo la vita da studente per entrare nella professione...
E comunque questo è proprio il classico esempio di fotografia ispirata dal racconto per immagini, anche perché ho avuto la fortuna di conoscere Luigi Crocenzi e quella che era la sua vita milanese diciamo, e l’ho frequentato moltissimo perché ad un certo punto proprio in questa casa di via Rossini lui ha trasferito una sede del Centro per la Cultura della Fotografia, i presenti stasera forse lo ricordano, c'erano dei vecchi mobili, e lì Crocenzi lavorava quasi quotidianamente con la sua segretaria, Miriam, che era anche una traduttrice spagnola molto brava e aveva vissuto anche con Mario Spinella che era un intellettuale vicino al PCI di allora...
Comunque io ho portato questo libro, per la serie dei libri che appaiono: due anni fà sono stato a trovare Walter Liva al CRAF di Spilimbergo e mi ha dato questa notizia dell'acquisizione dell'archivio di fotografie e forse anche di riviste e di libri di Crocenzi da parte del CRAF e anche dell'Università di Venezia se non sbaglio; poi devo dire che ho avuto occasione di sentirlo solo fuggevolmente e non so a che punto siano gli studi, l'approfondimento, la schedatura.... Questo libro è stato realizzato due anni fà in contemporanea con una piccola mostra che c'era a Spilimbergo e pensavo, se ho tempo, di leggervi due righe per dare l'idea di cos’è l'archivio di Crocenzi:
.......... Nicolini legge il testo a pagina 78 del volume "LUIGI CROCENZI Cultura della Fotografia" firmato da Walter Liva per il CRAF......
TUCCI CASELLI:
Signor Cattaneo, lei è stato molto ammirato da tutti per questa sua semplicità espressiva e per questo suo volto che sembra così facilmente avvicinabile da tutti ma che in realtà ha una sua grossissima personalità; è un metodo che ha usato per avvicinarsi alla gente, perché lei riesce a non esistere, difatti le persone la guardano con molta indifferenza e di fronte a lei si comportano come se lei non ci fosse e questa e sicuramente una grandissima dote che lei ha. Sveli a questi giovani che hanno paura di fotografare la gente come si comporta lei.
MARIO CATTANEO:
Innanzitutto grazie a Claudio Marcozzi perché ci ha fatto rivedere queste fotografie, e io molte non le conoscevo, molte le avevo dimenticate; penso che per i giovani questo sia un grande insegnamento, e dovrebbero guardarle con molta attenzione, quindi grazie. Per quanto riguarda le fotografie che ho fatto posso dire che non sono mai partito da preconcetti o da studi preparatori, sono tutte nate spontaneamente sul momento. Napoli per esempio è stata una combinazione, sono passato per quei vicoli, ho visto queste scene stupende e mi son fermato lì. Lo stesso vale per gli altri argomenti che ho trattato, tutte le immagini sono nate al momento, venute dal cuore, spontaneamente.
Riguardo alla discussione ricordo che al circolo fotografico... ricordo che eravamo al laghetto, in che anno?...( PASSARETTI: eh, ancora nel 1946, ’47)... si discuteva animatamente...Fantozzi era uno di quelli più animosi… parlava anche Finocchiaro...io mi tenevo un pò in disparte, facevo le mie fotografie, avevo le mie idee, le mie tendenze e non guardavo a... non mi immischiavo nelle discussioni.
ERNESTO FANTOZZI:
Mi riallaccio un pò a tutto quello che è stato detto e alla storia del momento. Posso ricordare che, a titolo di esempio, il film "Roma città aperta" è stato un fiasco colossale quando è stato presentato in Italia, un capolavoro del neorealismo, perché? Perchè in quegli anni il bempensante non voleva vedere le fotografie o le immagini cinematografiche di situazioni tristi, tragiche, come era purtroppo gran parte della nostra esistenza . Ricordo che i fotografi amatori dicevano che loro si volevano divertire con la macchina fotografica, rifiutavano la conoscenza della realtà, l’approfondimento della realtà che così bene si può fare attraverso l'obiettivo della macchina fotografica, che ci porta ad analizzare dei fatti, delle situazioni anche quotidiane alle quali assistiamo ma che non sappiamo cogliere con attenzione, con senso critico come attraverso 1' uso della macchina fotografica. Io ricordo in quegli anni (anch'io faccio parte di quelli non più giovani) tutte le discussioni che noi facevamo, discussioni feroci, ce l'avevamo su con la FIAF in modo tremendo, e credo anche a ragione, adesso siamo amici... poi tu non eri ancora presidente della FIAF (rivolto a Ghigo) quando sei arrivato tu le cose . . . tu te la sei sfangata per un pelo diciamo. . Si, sei stato fortunato di essere arrivato un pò dopo, quando c'era il tuo predecessore le cose erano ben diverse, noi eravamo considerati come dei sovversivi, come possono testimoniare tutti quelli che vedo davanti a me, come per i comunisti, allora ad esser comunisti si era scomunicati . . . Quindi chi voleva conoscere la realtà, chi voleva riprenderla per comunicarla agli altri era visto molto male, malissimo.
Non parliamo dei concorsi, canonici, con le quattro fotografie...tu dici non bastavano, eran troppo poche per svolgere un tema, ma non è solo questo, è che le quattro fotografie dovevano essere diverse tra di loro, una doveva far vedere un vecchio, un’ altra doveva far vedere un tramonto .... una delle quattro forse piaceva, questo era 1 ' andazzo di allora . . .
GHIGO:
Posso interromperti un attimo . . . la regola era solo questa delle 4 fotografie perché si facevano dei rilevamenti statistici a livello nazionale e internazionale e dovevano esser fatti su un campione omogeneo, quindi tutti partecipavano con quattro fotografie e uno era ammesso con una, con due, con tre o con quattro... e si vedeva se era meglio accetto o meno accetto e poi c' era questo formato che era richiesto dal regolamento delle poste...
FANTOZZI :
Si ma non era questione di numero ma di mentalità, lo spazio è stato concesso dopo, ma in quegli anni bisogna dare merito a questo fotoclub di Fermo di essere stato forse 1' unico esempio in Italia o uno dei pochi che hanno portato avanti un certo modo di intendere la fotografia. Da noi, adesso parliamo della situazione che c' era qua, noi abbiamo chiacchierato moltissimo, non a sproposito e non inutilmente, molti qui se lo possono ricordare, ci incontravamo a volte a mezza strada, a volte a Verona, a volte a Bergamo, si sentiva che la fotografia doveva prendere finalmente delle altre strade….
(GHIGO: c'era fermento)... ecco, certamente, non è che le cose succedevano per caso ...
(BERENGO: Castelfranco Veneto)... ecco, Castelfranco Veneto, ci trovavamo per discutere di fotografia. C'era naturalmente Monti. Una cosa che mi è rimasta impressa di Monti è la sua ironia...lui era molto ironico come persona, diceva "se dovesse venire una catastrofe e ci fosse un day after e poi si scoprisse una cassa con delle fotografie dei nostri amatori o qualcuno venisse da un altro pianeta e scoprisse che sulla terra c'è stata una vita non avrebbe nessuna idea della vita da quelle fotografie perché i mezzi di locomozione erano rigorosamente a dorso di mulo, non c'erano persone di mezza età, o bambini o solo vecchi, non c'erano ne' automobili ne' elettricità, fotografie a lume di candela, molte suore e preti, ma la nostra realtà non figurava nel campionario della foto amatoriale.
Questo per dipingere quei tempi. Noi sentivamo l'esigenza di esprimerci osservando la realtà, naturalmente questo era un movimento di tipo generale che coinvolgeva un pò tutte le categorie non dico artistiche, intellettuali ecco, è meglio questa parola, e naturalmente la fotografia non poteva essere al di fuori di questo movimento.
Fermo quindi ha messo in pratica, noi abbiamo molto parlato; io e alcuni altri che non hanno fatto i professionisti come ha fatto Gianni o Modonesi che però volevano dare un senso al loro modo di fare fotografia al di fuori dei circuiti normali, si sono raggruppati come abbiamo fatto io, Finocchiaro, il povero Castagnola e per dare un senso al nostro modo di fotografare abbiamo formato un piccolo gruppo che aveva l'ambizione di fare fotografie sulla nostra vita quotidiana, nella nostra città. Questo polemicamente se vogliamo, in opposizione a coloro che per fare fotografia andavano in Giappone, (si vedevano sempre dei paesaggi esotici), la propria città, i luoghi della propria esistenza nessuno li fotografava; io ricordo che dicevano che Cartier-Bresson era bravo perché lui poteva viaggiare e andare in tutto il mondo e queste idee circolavano tranquillamente, senza nessuna vergogna nel nostro ambiente.
Questo per dire del panorama generale. Per parlare dell'imputato Gianni che questa sera è stato tirato in ballo: le fotografie di Berengo Gardin si vede subito che sono serie e sono oneste, non c'è alcun compiacimento in quello che lui vuol dire, la sua è una fotografia di documento che denuncia la situazione chiaramente, senza indulgere mai, come si sarebbe potuto fare benissimo nelle situazione, in immagini solo spettacolari, perché così facendo lui prende la strada giusta per comunicare. Io ho sempre sostenuto che la spettacolarizzazione toglie verità alla fotografia, la fotografia troppo spettacolare, la fotografia troppo elaborata, troppo acrobatica diciamo sottrae verità, è nella semplicità che c'è la verità, naturalmente la semplicità non deve essere banalizzata, la difficoltà del fare la fotografia realistica che convince è quella di realizzare nella semplicità significati, questa è la cosa difficile. E Gianni Berengo Gardin, qua nelle sue fotografie non ce n'è nessuna dove si vede il compiacimento, dove lui vuol fare la bella immagine, gli sarebbe venuta la pelle d'oca, non ci avrebbe mai pensato, e la pelle d'oca sarebbe venuta a me se avessi visto delle fotografie così, avrei detto quello è impazzito. Come anche Giacomelli, ci fa vedere l'aspetto tragico dell'esistenza, ma è un aspetto della nostra esistenza, ci mette di fronte alla tragedia, noi se non crepiamo prima, pressappoco finiamo così, lui ha presentato un elemento della condizione umana, più tragico, e ce l'ha messo davanti, perché è compito dell’intellettuale, dell'artista, del fotografo quello di analizzare la realtà con intelligenza, con sensibilità, con acume, per poi presentarla agli altri. Penso che Gianni Berengo Gardin, penso che Giacomelli col suo ospizio lo hanno fatto perfettamente.
GHIGO:
Tu hai detto una cosa giusta, di queste persone che si riunivano, di questi gruppi che dialogavano, l'importante era che poi questo dialogo si allargasse sempre più, quindi noi come federazione nuova gestione, proprio in quei giorni in cui cercavano di cambiare le cose, siamo riusciti poco per volta a modificare qualcosa, è indubbio però che la massa è quella che è e non sempre ti segue, tante volte fai dei bei discorsi e poi ti accorgi che magari sei un pochino avanti e non ti seguono, devi tornare indietro ed è una cosa abbastanza difficile. Comunque il fatto che siamo qui a parlarne questa sera mi sembra un fatto positivo nei confronti del fotoamatore di oggi.
Voglio dire una cosa a proposito di Fermo: Fermo ha dato buon esempio anche nella scelta delle giurie fotografiche. Dovendo queste essere composte da esperti di fotografia ed essendo gli esperti di fotografia difficili da trovare, nella maggior parte dei concorsi succedeva che questi venivano trovati tra quelli che concorrevano e allora capitava che uno una volta concorreva, una volta era giudice e questo non suonava sempre estremamente bene. Fermo faceva delle giurie di sette, otto, dieci persone in cui erano rappresentate le categorie le più disparate, c'erano si i fotografi, ma loro puntavano molto sui sociologi, gli psicologi, personaggi di diversa estrazione, e quindi venivano fuori anche diversi apprezzamenti per lavori di questo genere.
E poi permettimi una nota magari curiosa, divertente: quando tu mi hai detto che vi eravate riuniti in questo gruppo a me è venuto in mente che proprio i giorni scorsi stavo facendo delle ricerche su un fotografo torinese, un pittorialista, Domenico Riccardo Peretti Griva, ultimo maestro del bromolio trasferto: guardando cos'era la vita di quest'uomo ho visto che nel 1924, assieme a Italo Mario Angeloni, a Stefano Briccarelli, a Carlo Baravalle, Achille Bologna e Felice Basino avevano fondato un gruppo piemontese per una nuova fotografia, che voleva rinnovare la fotografia italiana di allora, perché ritenevano che fosse una fotografia molto statica, forse un pò scioccati dagli esperimenti dei futuristi e volevano portare la fotografia italiana al rispetto di certe regole di forma, di estetica, di tutti quei valori che dopo molti anni noi, non voglio dire che abbiamo ripudiato, ma abbiamo stabilito che non sono poi più così importanti come erano per loro, allora erano d'avanguardia e adesso non lo sono più. Penso che tra quaranta cinquant'anni qualcuno guarderà questo nostro voler essere "avanguardisti" lasciatemi passare il termine tra virgolette, inteso non con riferimenti politici ma come gente che voleva essere avanti...
FANTOZZI: Noi non volevamo essere avanti, volevamo essere nel nostro tempo...
GHIGO: si, beh, avanti rispetto agli altri che erano un pò meno sincronizzati, indubbiamente, che vogliamo essere nel nostro tempo siamo tutti perfettamente d’accordo, vi ringrazio.
MARCOZZI:
Voglio ringraziare il presidente Ghigo di avermi dato lo spunto per parlare delle giurie di Fermo che avevano infatti un ruolo importante in tutta l'operazione. Nel corso degli anni si sono avvicendati personaggi come Arcari, Nazareno Taddei, Pier Paolo Preti, Franco Fortini, Ernesto Treccani, Lanfranco Colombo, Mimmo Castellano; in qualche modo sono stati coinvolti anche Patellani, Turroni, Ando Gilardi, Settimelli, un giovane e quasi sconosciuto Umberto Eco e altri. Senza dimenticare i locali, Crocenzi naturalmente, e Alvaro Valentini, scrittore, poeta, docente universitario e Leopardista che tanti testi ha scritto per tracciare la strada, per propagandare o per commentare il racconto fotografico, anche sui cataloghi delle mostre, e anche questo era un aspetto primario dei festival di Fermo: i cataloghi contenevano testi che sono stati basilari per chi si occupava di questo tipo di fotografia, indicavano metodi e direzioni, motivavano ampiamente le scelte delle giurie e offrivano saggi critici preziosi sulle opere presentate e fondamentali in un senso più generale.
Anche all'interno del Fotocineclub di Fermo, tra le persone che avevano le mani in pasta, non c'erano solo fotografi, ma c'era anche chi non aveva mai preso in mano una macchina fotografica e non aveva nessuna intenzione di farlo, c'era tutto il mondo culturale di Fermo. Oltre a quelli già citati voglio ricordare il professor Quinzi, che portava queste fotografie nelle scuole medie per insegnare il racconto per immagini, inteso come forma di letteratura, prosa e poesia. Ora purtroppo sono tutti scomparsi. Con quelli che sono rimasti, fondatori o seguaci della seconda ora, ci sono pochi giovani interessati al linguaggio fotografico inteso come racconto e cito Walter Salvatori, che è stato capace di vincere un primo premio proprio a Bergamo, dove con molta serietà si porta avanti il discorso sulla fotografia più impegnata.
E parlando di Bergamo bisogna ricordare che anche a Pepi Merisio toccò lo stesso destino di Modonesi: dopo il premio di Fermo entrò nello staff dei fotografi di Epoca, nell'anno in cui erano giudici anche Cantini e Adolfo Senn, direttore di Epoca e Direttore Generale dei Periodici Mondadori: nell'archivio del circolo di Fermo ci sono corrispondenze gustosissime tra i vertici della Mondadori e il Fotocineclub riguardo a certi interessamenti sugli autori, sorti in occasione del Premio. Merisio non è potuto purtroppo intervenire stasera, ma ha voluto ricordare quei tempi dicendo "Non finirò mai di ringraziare gli amici del Circolo Fotografico Milanese perché da loro ho avuto le basi della fotografia, e gli amici di Fermo che mi hanno insegnato a pensare." E ricordiamo per curiosità anche un Michele Ghigo segretario FIAF nella giuria del 1969, anno in cui il Premio Città di Fermo fu vinto da Giorgio Tani, attuale presidente della Federazione.
Quanto al futuro del racconto fotografico: a livello amatoriale non è che sia molto praticato, solo pochi autori lavorano su progetti e presentano lavori che denotano un certo impegno, questi autori però dimostrano subito una diversa statura rispetto alla massa di coloro che usano la fotografia solo per divertirsi. A livello professionale le cose assumono aspetti diversi . Possiamo dire che il progresso tecnologico ha influito negativamente su questo modo di fare fotografia. Questo modo di raccontare e di fare cronaca è stato spazzato via già dalla televisione e oggi, con i nuovi mezzi e i nuovi metodi di fare e di trasmettere la fotografia tutto è rimasto in mano a pochissime persone . Nelle riviste di tutto il mondo si vedono sempre le stesse fotografie, grossi archivi, grandi banche di immagini distribuiscono ovunque per abbonamento e bastano pochi fotografi a fare il lavoro per tutti. Guardando il panorama dell' editoria internazionale se togliamo Stern rimane ben poco ( ma anche questo è diventato un luogo comune, da verificare continuamente), il racconto fotografico è tornato ad essere una cosa d'elite, giusto per un libro, una monografia, siamo un pò come quelli che preferiscono andare a piedi piuttosto che servirsi dei mezzi o di chi si fa le cose artigianalmente piuttosto che approfittare delle nuove opportunità, sembriamo dei nostalgici. Certo all’esame dei lavori prodotti la differenza di qualità è pur sempre evidente, ma viviamo un'epoca in cui la qualità perde puntualmente il confronto con la velocità, salvo qualche eccezione che diventa subito memorabile. Ma non spetta a me trarre le conculsioni.
Per quanto riguarda poi questo bel libro, è venuto da Spilimbergo non a caso, perché a Spilimbergo ci sono i mezzi, le intelligenze e le persone che lavorano; bisogna rammaricarsi che Fermo si sia lasciato sfuggire il grande archivio di Luigi Crocenzi, e questo perché è mancata la capacità di capire cosa fosse 1' archivio di Crocenzi e di conseguenza di capire l’importanza che questo rimanesse a Fermo. Gli stessi parenti di Crocenzi, da quanto ho sentito, volevano che le sue cose finissero il più lontano possibile. Storie dei piccoli luoghi, di persone piccole o magari di interessi precisi, tutte cose che non possono essere rapportate con le grandi idee. Quando uscì questo libro (Luigi Crocenzi, "Cultura della fotografia "), peraltro pagato anche dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Fermo e dal Comune, ero presidente del circolo di Fermo e chiesi al sindaco Fedeli i particolari di questa operazione e lui mi disse che ne era venuto a conoscenza ormai a cose fatte e con la sponsorizzazione e relativa mostra anche a Fermo era riuscito , insieme alla Cassa di Risparmio, "a metterci una pezza" in extremis. La realtà è che a Fermo , che io sappia, non è rimasto niente di Crocenzi se non la corrispondenza nell' archivio del Fotocineclub, che non è neanche citato nel libro del CRAF, e questo ne fa un ' opera molto parziale e gravemente incompleta seppur di valore perché unica . Le fotografie che vedete esposte rimasero al fotocineclub perché lasciate dagli autori premiati o in seguito rispedite e donate nel 1973 quando si diede alle stampe il libro sul Racconto e Reportage Fotografico; abbiamo tentato di selezionarle per farne una nuova pubblicazione che definisca meglio il ruolo avuto da Fermo nella Storia della Fotografia Italiana ma, al solito, chi ha il potere di finanziare una tale operazione non riesce a capire la differenza tra un argomento legato semplicemente al territorio e un grande intervento per la Cultura e la Storia della Fotografia che per un certo periodo vide 1a città di Fermo protagonista. Purtroppo non sempre si riesce a coinvolgere possibili mecenati per certi progetti, ma non è detto che prima o poi non si riesca a fare qualcos’altro di importante.
WANDA TUCCI CASELLI:
Ringrazio tutti i presenti e quelli che sono voluti intervenire e con le loro parole hanno ricordato i tempi in cui queste immagini avevano la luce. Ringrazio anche Cesare Colombo di essere venuto. Qui ci sono professionisti e amatori, in realtà Cesare Colombo nei suoi scritti ha sempre unito fotoamatori e professionisti e di questo lo ringraziamo molto.
CESARE COLOMBO:
Io non volevo aggiungere una testimonianza perché forse sarebbe stato eccessivo, comunque vorrei ringraziarvi per quello che avete ricordato e che in parte ho vissuto anch'io. Forse l'unico contributo che potrei dare è che io personalmente non ho capito ancora bene, pensando alla mia storia, perché in quegli anni non ero così attaccato al racconto fotografico, probabilmente perché io ho sempre pensato, e in questo ho anche un pò polemizzato con Luigi Crocenzi, che si dovesse potere anche racchiudere il discorso narrativo in un'immagine sola, cioè che una immagine sola potesse avere uno svolgimento... vabbè, pensieri che poi uno supera nel tempo puntualmente, ci sono voluti degli anni, però di fatto neanche io, pur facendo delle fotografie, cercavo di organizzare una sequenza.
Viste così adesso trovo che andrebbe approfondito, anche oggi si può, il concetto stesso del racconto che qui troviamo. In diversi modi, quasi sempre con una unità di luogo e di tempo, il fotografo racconta con diverse inquadrature, un posto che lui si trova a percorrere in un tempo definito, e quindi, nella maggioranza di queste, tale unità fa sì che il racconto sia semplicemente una molteplicità di sguardi sostanzialmente omogenea.
Però in realtà, a parte quello di Toni che è fatto in tempi diversi, con una logica anche diversa, se confrontiamo quello di Gianni e quello di Finocchiaro (su cui vi ricordo che tempo fa avevo cercato di scrivere qualche cosa, ai tempi della rivista Fotofilm) io li trovo interessanti per il loro essere modi diversi di lavorare su un tema simile, cioè a partire dalla psicologia, dal disagio psichico. Gianni ha detto "io analizzo i termini in cui l'istituzione oggi si comporta nei riguardi della patologia psicologica o psichica, questo è un problema sociale; più intimo invece Finocchiaro, poiché anche la crescita, la pubertà di una ragazza è un fatto di disagio psichico, ma è difficilissimo da visualizzare perché non ha aspetti corrispondenti a quelli dei malati istituzionalizzati, anzi non è neanche una malattia, è una forma di patologia passeggera, e lui secondo me lo ha affrontato con grande coraggio. E’ una storia che io non mi stancherei mai di guardare perché ogni volta ci trovo degli elementi di riflessione sul modo in cui la fotografia riesce a raccontare delle cose che non sono soltanto una descrizione materiale, ma una descrizione epidermica, analizzando quelle fotografie lì, uno entra nella logica interna del comportamentale e poi ne trae le sue conclusioni. Mantenendo la stessa inquadratura verticale tutto è spostato nell'analisi degli atteggiamenti, che non sono atteggiamenti eclatanti, non c'è nessuna scena isterica e neanche nessun atteggiamento spettacolare. Allora il suo tentativo è interessante per quello che può suggerire oggi sul modo di raccontare per immagini e cioè che il racconto può andare anche per linee interne, può andare per momenti di successione di approccio come poi la fotografia, che pure ha proseguito, ha cercato di fare.
Forse avete visto anche voi recentemente quella mostra di Luigi Erba che c'è stata al San Fedele: per esempio lui fa a suo modo dei racconti, però sono dei racconti diciamo attraverso la forma dell'immagine fotografica, cioè, sovrapponendo nella stampa delle coppie di immagini fatte in tempi e modi diversi lui crea, come dire, dei racconti sintetizzati in una sola immagine che pure hanno un loro svolgimento, ed è uno svolgimento di tipo formale, non narrativo come quelli che vediamo qua. Oppure ci sono degli altri modi, di fotografi che hanno lavorato su degli aspetti concettuali per cui da un punto di vista grafico, da un punto di vista dello spazio e del tempo si svolge un racconto senza che questo abbia l'inizio e la fine della logica sequenziale, cioè della logica del racconto letterario o della sequenza cinematografica.
Per cui non è vero che adesso la fotografia narrativa non c'è più, è che si svolge secondo delle altre linee che sono, come dire, più interne ai soggetti e più interne al fotografo e non accettano la scansione e la sequenza da fotoromanzo, scusate, non voglio dirlo nel senso negativo, ma nel senso di numerizzarle e di dare un prima e un poi; non sempre questo è oggi, si può dare una dimensione narrativa anche mescolando delle foto e accostandole in un altro modo. Questo se è possibile per dare un contributo di pensiero alla serata.
Alessandro Brembilla, Mario Finocchiaro, Ernesto Fantozzi, Gianni Berengo Gardin, Toni Nicolini, Claudio Marcozzi, Cesare Colombo,Wanda Tucci Caselli, Alfonso Modonesi, Michele Ghigo.